nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo

Maratone

La maratona del Salento mi ha confermato d’essere uno sfigato quando corro. Fin dalla partenza mi aggancio ad Angela: scelta disastrosa! Contrariamente a quanto avviene in molte maratone, sui marciapiedi di Casarano c’è molta gente ad applaudire gli atleti, ma non un solo grido d’incitamento viene rivolto a me: “Forza signora!”, “Viva le donne!”.

Ordinatamente disposte intorno alla cima di un alto colle (794 m.), le case di Sant’Agata di Puglia (2.500 ab. circa) sembrano tenersi per mano, come in un girotondo, per non precipitare a valle. Poche strade strette e molte scale le separano. Così addossate, danno al paese l’originale aspetto a tronco di piramide che rivela la sua origine longobarda. Pavimentazione dei vicoli, scalinate ed abitazioni sono ben tenute e curate nei minimi particolari, ed hanno meritato la bandiera arancione del T.C.I. Le facciate delle case parlano da sole: se vedi scolpite delle forbici, vogliono dirti che dentro lavora un sarto; se riconosci un martello, lì c’è un fabbro. Non impaurirti se vedi raffigurata una maschera con bocca aperta, lingua sporgente, denti aguzzi e corna, perché il proprietario vuole semplicemente difendersi dalla sfortuna e spaventare gli spiriti maligni. Quelle nobiliari portano impressi sul portale d’accesso simboli evocativi della casata.

Il coraggio dimostrato da Pasquale Giuliani, arretrando la gara da maggio a marzo, non è stato premiato dal numero dei partecipanti: solo in 84 hanno tagliato il traguardo della 5^ Edizione della Maratona del Gargano, ed in 216 quello della mezzamaratona. L’eziopatogenesi è da ricercarsi nel fatto che di coraggio non ne ha avuto a sufficienza. Ha evitato Scilla, ovvero maggio ricco di maratone importanti, ma è incappato in Cariddi , cioè marzo pure affollato da vasi di ferro. Il coraggio bisogna sfoderarlo tutto; esibito timidamente non serve a niente! La legge del tutto o nulla, che regola la fisiologia della conduzione nervosa, vale anche per le azioni umane. Più spavaldamente, avrebbe dovuto spostarla in gennaio-febbraio, mesi riservati ai vasi di terra cotta, non facendosi intimorire dall’improbabile pioggia e freddo.

Chi è come Faleo? Nessuno! Proprio nessuno che bazzichi nel mondo delle maratone può paragonarsi a lui. Profeticamente, quando venne alla luce gli fu imposto il nome di Massimo: nomen omen. L’anno del Signore 2008 è appena iniziato, e non ha perso tempo, organizzando la prima delle sue maratone a Carapelle, intestata a sé stesso: Max Marathon. Altre ne inventerà, in altre sarà il consulente tecnico, in molte altre ancora sarà il richiestissimo pesce pilota capace d’influenzare il gregge dei maratoneti.

Mai denominazione fu più vera, poichè la Max Marathon è tutta, proprio tutta, Massimo Faleo.

Non sono io a scoprire che il concittadino di Renzo Arbore si dimena in tre vite parallele: quella di single, la lasciamo alla sua privacy; quella di specialista in ultramaratona, è di dominio pubblico con il suo susseguirsi di coraggiose doppiette alternate a camminate turistiche in compagnia di scapoloni, a discutere di argomenti facili da intuire; infine quella di dirigente ed organizzatore, in cui mette al servizio delle gare altrui la propria competenza e professionalità. Delle prime due, non ne abbiamo ancora visto il platau. Nella terza, si può tranquillamente affermare che ha raggiunto il coronamento della carriera. Non è la maratona il sogno nel cassetto di un organizzatore? E per di più intitolata originalmente e superlativamente a sé stesso? Ha fatto tutto da solo: ideata, misurata, pagata, gestita….Peccato che non l’abbia anche corsa! Sarà per la prossima edizione. Del resto, Massimo Faleo è abituato a fare tutto in completa autonomia: è single anche nella sua Società Sportiva, di cui è presidente ed unico atleta.

Bando alle paure! Non sono i Cimbri conosciuti sui banchi di scuola, sconfitti da Mario ai Campi Raudii nel 101 a.c.: quel soldataccio li sterminò tutti, ed un sol gene di quei feroci barbari non lo si troverebbe, al di qua ed al di là delle Alpi, neppure con le più sofisticate tecniche di laboratorio. I Cimbri (chi li ha visti?) che sono andato a trovare a Fregona sono di tutt’altra pasta! Rappresentano gli ultimi “esemplari” di quegli emigranti dissodatori che, spinti dalla fame, abbandonarono in varie ondate, tra il XI° e XIV° sec., il Tirolo e la Baviera, stabilendosi nei Tredici Comuni veronesi e nei Sette Comuni vicentini. Lo scorrere del tempo, attenuandone le ombre, spesso mitizza gli eventi, poiché questi boscaioli (in tedesco medievale “zimberer”, da cui cimbro) non furono altro che degli extracomunitari ante litteram: le ondate umane che attualmente vengono dal mare, nei secoli passati hanno inondato l’Italia straripando dal nord. La maratona porta i concorrenti sull’altopiano del Cansiglio, dove, agli inizi del 1800, si stabilirono non Cimbri provenienti direttamente dalle regioni di lingua tedesca, ma quelli già presenti nei territori vicini.

Di ritorno da Rocca San Giovanni, sono giunto a casa verso le due di notte. Abbandonatomi sul letto, nonostante la stanchezza, è stato impossibile prendere sonno: mi sono girato e rigirato sotto le lenzuola nel vano tentativo di trovare una posizione che alleviasse i dolori dei quadricipiti femorali, dei tricipiti surali e mettesse a tacere i gemiti che s’elevavano dai dischi intervertebrali, dai menischi e dalle tibio-tarsiche. Mentre scrivo, sono passate 24 ore dalla conclusione della 6^ Touring Marathon disputatasi nella cittadina abruzzese, ed ho ancora le gambe a pezzi!

Che meraviglia! I bambini di tutte le scuole di Linguaglossa facevano: “Ooh!” al passaggio dei supermaratoneti che avevano lo sguardo puntato verso il Vulcano. Uniformemente vestiti ed ordinatamente allineati lungo le strade della città, protendevano la mano aperta a cinque ed esultavano di gioia quando riuscivano ad incrociarla con quella ben più grande di qualche concorrente. Ed il loro entusiasmo rendeva lieve la fatica.

Angela Gargano, Eligio Lomuscio ed il sottoscritto sono 3 dei 56 atleti che hanno portato a termine tutte le 12 Edizioni della Maratona della Città di Roma. Fu Eligio, il più lento di noi, ma il più emozionabile, entusiasta ed appassionato a convincerci di giurarle eterno e fedele amore dopo aver percorso i 42 Km. nel 1995, quando la tenne a battesimo una splendida giornata primaverile che illuminò le vie, le piazze ed i monumenti, e portò in alto i nostri cuori. Fummo tra i primi ad innamorarci a prima vista; gradualmente, la fiamma arse altri cuori, fino ad incendiarne gli oltre 12.000 di quest’anno.

L’illusione degli abituali faticatori della domenica, capitanati da Marina Mocellin, Beppe Togni e Massimiliano Morelli, scesi ad esporre i forti quadricipiti al sole del sud, è andata delusa, accolti al loro arrivo, il sabato, da neri nuvoloni carichi di acqua e grandine.

Alla “prima” di una maratona non si manca mai! V’immaginate gli innamorati della lirica disertare quella della Scala? Sarebbe come tradire! E tradimento dovrebbe essere considerato anche nell’ambiente delle corse. Non abbiamo ancora raggiunto la maturità degli appassionati delle altre discipline, ed i piccoli numeri caratterizzano le nostre “prime”. Mancarvi è un cedere le armi, un rinunciare allo ius primae noctis. Sembra che dei maratoneti s’impadronisca la sindrome del far cilecca, ed adducono la scusa dell’inesperienza dell’organizzatore, degli imprevisti che non mancano mai, del percorso che non conoscono. In realtà, chi snobba la prima edizione non è in grado di affrontare i rischi, non ha le doti fisiche e psichiche di adattarsi alle novità, ed ammanta la sua pavidità di prudenza, che è invece un’ammirevole virtù. Anzi, si nasconde dietro coloro che vi partecipano per farsi poi riferire. E ditemi se questa non è se non la versione soft dello storico comportamento dell’armiamoci e partite!

E’ quasi l’una di notte quando giungo a Casa Etna, un’accogliente Bed and Breakfast di Linguaglossa, che Mariano Malfitana mi ha prenotato per pochi Euro. Sono stanco dopo aver vagato per i cieli di mezza Italia. La chiamano Compagnia di Bandiera, ma, giudicata dal nuovo bellissimo aeroporto di Bari, l’Alitalia è una matrigna che ti stringe il collo con il suo cappio monopolistico ad un prezzo salatissimo, cui non tutti riescono a sopravvivere. E’ tardi, ma prima di andare a dormire non resisto alla voglia di dare uno sguardo all’Etna, che scalerò fra qualche ora. Rischiarato dalla luna, con il suo profilo dolce e regolare, m’appare come un gigante buono emergente dal mare. La mente si libera dalle peripezie del viaggio, e m’addormento.

Rimane sempre interessante, ma è una maratona che s’è autoridimensionata rispetto all’edizione scorsa e sembra avere rinunciato alle aspirazioni programmatiche iniziali. Il disegno originario prevedeva l’entusiasmante idea di offrire ogni anno un percorso diverso, il cui comune denominatore doveva essere la spettacolarità. Cagnano Varano sarebbe stata l’unica tappa fissa - una sorta di caput mundi – da cui i vari tragitti sarebbero partiti a raggiera per coinvolgere tutto il versante nord del Promontorio, meno conosciuto ed evoluto. Al secondo appuntamento, non solo non s’è arrivati a Rodi, ma non è stata lambita neppure Sannicandro, e Cagnano è rimasta caput di sé stessa. Affascinante la concezione, difficile l’attuazione. Ridisegnare ogni anno il percorso, affrontare snervanti incontri con le amministrazioni locali sempre cangianti e chiedere quintali di permessi non è impresa agevole per nessuno. Ed io auguro all’organizzazione di perseverare nel progetto primitivo, se vuole fare diventare la maratona del Gargano un avvenimento importante, e non relegarla nell’anonimo ambito locale: una vera maratona deve offrire 42 Km. di percorso, e non essere la somma di due mezze maratone, qual è stata quella di quest’anno.

Dicono che fossimo diecimila in Via dei Fori Imperiali, protetti alle spalle dalla severa architettura del Colosseo e guardati a vista dalle possenti colonne del Palatino. Non son giunto all’ultimo minuto, com’è mio solito, a schierarmi in ultima fila: sarebbe stata una mancanza di rispetto all’Urbe. Allorché è stato dato il via, ero in quel magico luogo da oltre un’ora ad occupare il primo posto dell’area assegnata al mio pettorale. Regnava un religioso silenzio. Stretto fra gli altri concorrenti, con il capo all’insù giravo lentamente intorno a me stesso. Scorgevo l’ultimo ordine del Colosseo, le arcigne strutture del Palatino, il verde dei pini ed, in lontananza, i cavalli bronzei dell’Altare della Patria. E non ero l’unico a mirare e rimirare. Il senso di piacere, di ammirazione e di stupore aumentava sempre di più, giungendo ad un punto tale da non poter più essere represso, ed esplose nel romanesco: “Ma che bella città che ciavemo!” di uno dei podisti. Fu una fortuna per me che stavo per essere sopraffatto dalla vertigine di millenni di storia. Quel grido liberatorio mi scosse, riportandomi alla realtà. Non conosco al mondo una partenza-arrivo di maratona altrettanto fantastica! Solo la visione di Venezia dal ponte di barche può reggere il confronto.

E venne il giorno della Maratona sulla Sabbia! Vestito alla marinara, l’aveva ricordata ogni domenica per un intero anno.

Rimasto solo in pieno mare, Francesco Capecci non tirò i remi in barca, anzi l’immerse più a fondo e v’impresse maggior spinta. Non si limitò a rimboccarsi le maniche, la camicia se la tolse del tutto, mettendo in mostra il torace abbronzato, rivestito da una canottiera che lasciava abbondantemente scoperti i deltoidi, gran dorsali, trapezi, pettorali e la forte cervice. Le cicatrici chirurgiche, che solcavano i bicipiti per la rottura del capo lungo, apparivano quasi una decorazione sulle robuste braccia. Sulla testa mise un copricapo, di quelli che usano i pescatori intenti a rammendare le reti, al sole della darsena. Sulla parte posteriore della canottiera era leggibile dalla distanza di 42 km: “Maratona sulla Sabbia”.

In trecento, giovani (non molto) e forti (molto), l’hanno conclusa. I partenti, ovviamente, sono stati di più. Ma quelli che si perdono per strada non contano, e men che meno coloro che s’iscrivono e neppure si presentano al via, i quali sono a iosa soprattutto dove non si paga l’iscrizione, e servono a fornire numeri fasullamente gonfiati con cui dare maggior risalto ad una manifestazione.

L’olimpionico Alberico Di Cecco ha dato lustro alla 2° Edizione della Hybla-Barocco Marathon. Il forte atleta abruzzese, data la circostanza e vero interprete degli ideali decubertiani, ha accettato un premio d’ingaggio di valore prettamente simbolico. A queste condizioni, personaggi di spicco possono stimolare un ambiente non ancora ricettivo, invogliare all’attività fisica contribuendo a ridurre il fumo, l’alcool … ed i centimetri della circonferenza addominale, migliorare l’economia favorendo il turismo, vera risorsa della regione.

Non c’è bisogno di andare all’estero per vedere le cose ben fatte. Posso affermarlo comodamente seduto sulle mie 268 maratone amatoriali, buona parte delle quali corse al di là dei confini. Per quanto riguarda il mondo professionistico, penso, nessuno ha dubbi in proposito: Stefano Baldini respira l’aria che è al di qua delle Alpi. Pertanto, non mi espongo a feroci critiche asserire che sulle rive del Brembo, laddove le sue acque lambiscono Treviolo, si corre la maratona a circuito fra le meglio organizzate del mondo.

Raccontano i bene informati che Gianfranco Gozzi sia rimasto fortemente colpito dalla sfortunata avventura europea di Rocco Buttiglione. Dimostrando più fiuto politico del Ministro, rifugiatosi in Kant ed in astratti concetti di legalità e moralità, egli s’è prontamente adeguato ai cambiamenti del costume. E va tutto a suo merito il fatto che le idee progressiste abbiano trovato la prima fertile applicazione non nella grande città, ma nella provincia italiana. Dopo il timido tentativo di novembre, la ritrosia ed il pudore sono stati superati, ed è stata concessa carta bianca a coloro i quali sono soliti procedere dal di dietro. Non è dato sapere il motivo per cui - per sottile allusione o semplicemente per una più estesa divulgazione - la novità sia stata introdotta bilingue. L’entusiasmo profuso è stato talmente elevato che l’offerta s’è rivelata maggiore della richiesta del mercato, ed ha trovato cultori solo nella mezzamaratona, mentre nessuno è stato disposto a porgere le terga per la maratona.