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La Scandiano dei piccoli atleti e del Piccolo Principe (anzi Piccino)

Di fronte a un evento come quello della maratona in semi-pista di Scandiano, confesso di avere un atteggiamento duplice (o se volete triplice, ma non ambiguo).

Da un lato

1 A ammirazione per l’intraprendenza di Manelli e soci, punte di diamante dell’organizzazione podistica reggiana (che, non da oggi, ritengo al vertice in Italia), che conferma la propria inventivita’ con iniziative che riscuotono consensi e invidie da parte dei comitati circonvicini;

1 B riserve sul modo come vengono gestite queste gare su circuito, che ogni anno generano dubbi e polemiche su misurazione, contagiri e classifiche;

dall’altro lato

2 riserve ‘morali’ sul fatto che una maratona individuale come quella scandianese e’ stata ormai inserita da taluni, cominciando ovviamente dal Piccolo Principe di Albinea, come comodo mezzo per crescere di un numerino il proprio autoadesivo che segnala il numero delle maratone corse, in una folle rincorsa a battere il record assoluto (lui 40? Allora io 42; allora lui 45; allora io 50, eccetera, finche’ morte non ci separi).

La serata di Scandiano ha, piuttosto, un suo valore come happening, ritrovo di amici, tavolate all’aperto nell’aria che s’imbruna, presentazione ai colleghi di corsa dei propri neonati, riscoperta dello spirito di squadra in uno sport individuale per eccellenza, ansia ad ogni passaggio di giro (“com’e’ che non arriva ancora? Ah no, e’ la’ al cancelletto!”), incitamenti a compagni ed avversari, 42 km col sorriso come le due sorelle Costetti, o con ammiccamenti alle belle donne come fa un Luca Zava, felicita’ da innamorata come traspariva da tutti i pori di Adalgiza Ferreira (Mastrolia, rien ne va plus!).

Non ha invece senso come “numero”, attestazione a buon mercato che a fine anno si pretende di far “valere” allo stesso modo di una partecipazione a Berlino o Interlaken o Londra o Davos (in una delle sue numerose interviste o auto-interviste, il Piccolo Principe ha dichiarato che corre per conoscere i luoghi dove si svolge la corsa: qui, nel Camminatoio di Scandiano, quali emergenze architettoniche avra’ visionato?). Forse non aveva tutti i torti Giorgio Anceschi quando diceva che la maratonite puo’ diventare una malattia mentale…

Nello specifico di Scandiano, confesso che vedo questa maratona come una forzata riduzione di quella suggestiva 24 ore a squadre allestita fino a tre anni fa: allora si’ che il correre alle quattro di mattina con le prime luci dell’alba che filtravano dal fogliame, il presidiare la propria postazione di squadra tenendosi sempre pronti a subentrare se un frazionista non arrivava, il vedere la Sandra Bergamini che correva tre frazioni per la sua Formiginese femminile, ascoltare i sex-appeals per altoparlante di Tiziano Possessi, misurare la tensione di un Giorgio Borghi, che non dormiva per un giorno intero preoccupatissimo che tutti i giri fossero contati: tutto cio’ aveva un suo fascino irripetibile. Oggi, purtroppo (e’ un “purtroppo” da maratoneta vero), la scena e’ progressivamente dominata da quelli dei numeri, dagli orfani della maxiclassifica di “Correre”, quelli che ne hanno gia’ corse 20 o 30 dall’inizio dell’anno. Tutti o quasi amici miei; ma ha senso una cosa del genere?

Non ha senso a maggior ragione se, anno dopo anno, si assiste alla solita manfrina (quella che due anni fa genero’ il Gran Rifiuto del succitato Giorgio Borghi): le classifiche sono inattendibili, il conteggio dei giri e’ aleatorio, sia per la corsa individuale (in quale mondo puo’ essere che Luca Salardini arrivi pari a William Govi? Signori scandianesi, e’ ora di indossare il chip: salvo, ripeto, che non diate a questo evento il semplice carattere di un happening, senza graduatorie ‘ufficiali’, e allora siamo contenti tutti (tranne il Principe, che protestera’ in otto pagine di diario mandate a tutti i parlamentari della Regione).

Sorvoliamo dunque sulla cerimonia di premiazione (continuamente interrotta da correzioni on the road); e chissa’ che sorprese avremmo dalle classifiche ufficiali, se potessimo spulciarle; ma per il momento non sono state diramate. Passiamo piuttosto al lato umano, al mondo dei tanti piccoli atleti, cioe’ della gente come noi (come Aligi Vandelli, Bruno Furia o Sergio Guaitoli, per intenderci), o dei grandi atleti alla Zava o Vedilei o Costetti, che vivono l’evento come un divertimento, una scampagnata, un’occasione per una cena all’aperto dove scambiare qualche pettegolezzo in allegria.

A proposito, sembra che il popolo dei quarantaduisti cominci a contestare certi leader… La goccia che ha fatto traboccare il vaso sarebbe stata nell’ultima maratona di Bergamo, quando il Principe Piccino, allo scoccare del tempo massimo, si e’ precipitato dai giudici d’arrivo ingiungendo di mettere fuori classifica Peppe Togni che doveva ancora arrivare; siccome giudici e organizzatori erano inclini alla tolleranza, l’Albinese ha prima detto che “le regole vanno rispettate”, poi si e’ autonominato giudice di arrivo andando sul traguardo a dire a Togni “sei squalificato!”. Cosa non si fa per raggiungere il primo nella classifica delle maratone corse…

Io ve la dico cosi’ come mi e’ stata raccontata a cena da piu’ di un presente a Bergamo, ma non faccio fatica a crederci, come non faccio fatica a credere che il William, poche settimane dopo aver rifiutato un passaggio sull’auto del suo autista privato a dei colleghi la cui auto era in panne, ha poi chiesto agli stessi colleghi un passaggio per raggiungere il luogo della partenza della maratona di Trieste (passaggio ottenuto, per la cronaca).

Bravi organizzatori, continuate pure a dare pettorali gratis a certi personaggi (vabbe’, capisco che lo fate per disperazione: o gli date il pettorale gratis o lui vi paga col famoso timbrino postale), ne avrete lustro e contribuirete all’evoluzione del movimento amatoriale.

Per fortuna Scandiano e’ stata l’occasione per vedere o rivedere amici di cento camminate o compagni, anche nemici se del caso, sulla tastiera: da Ettore Comparelli a Roberto Rossi, da Luca “Clorofilla” Speciani a Paolo Gilardi (continuiamo a non dirlo al dottore, ne’ tu ne’ io, e grazie per l’intervento della tua capiente credit card in pizzeria). E per parlare coi cremonesi (che costituivano la maggioranza della nostra tavolata), sotto l’arbitraggio di Adriano Boldrin, delle vecchie glorie dello stadio Zini: Pardini – Talami (di Modena!) - Prandelli, Marocchino – Sironi – De Giorgis, e Ferri e Guarneri e Mondonico e via col vento. Ma questa era un’altra storia.

Commento di

Francesco Rinaldi

Come dice Cortella magari si starà anche esagerando, però, come tu stesso hai scritto in occasione del tuo commento alla Maratona di Scandiano (che ti do atto di non aver corso preferendo fare tre(!) frazioni di 7 Km nella gara di staffetta correndo per due (!) squadre diverse) in questi casi, come anche a Treia e, il 22 dicembre in provincia di Reggio Emilia, si tratta soprattutto di happening tra amici (a Scandiano a fine corsa siamo infatti andati in pizzeria assieme alzandoci da tavola, da perfetti atleti, alle due di notte).

Se qualcuno bada soprattutto al numero di maratone corse (è vero, anche se i casi si contano sulle dita di una mano e forse ne avanza qualcuna...) beh, ognuno ha le sue motivazioni che non mi sembra il caso di mettere in discussione. Di sicuro, Marchei o non Marchei, la cui presenza è stata estremamente discreta, la maggioranza della trentina di partecipanti ha approfittato dell 'occasione offerta dal Lupo per soddisfare una passione e passare alcune ore in buona e allegra compagnia.

Ah, dimenticavo: io non c'ero ma mi è stato riferito da fonte assolutamente attendibile che il giorno dopo Treia, al termine di una "tapasciata " locale alla quale i reduci dalla maratona hanno partecipato, si è assistito ad un pubblico elogio di Giuseppe Togni fatto, addirittura dal microfono dello speaker, nientemeno che da William Govi il quale, sempre stando a quanto mi è stato detto, ha spiegato come Togni abbia corso più maratone di lui...

[F. M.] Grazie per le considerazioni, soprattutto perche’ condite da quel senso di ironia (o diciamo pure senso del ridicolo) che invece i govisti del terzo millennio non hanno piu’. Per il mio personale e opinabile parere sulle 5 e le 10 maratone in 5 o 10 giorni rinvio ad altri miei commenti, anche di questi giorni (risposta a Michele Rizzitelli per esempio): il ritrovo tra vecchi amici andrebbe benissimo (e’ andato bene anche a me a Ferrara, dove peraltro cercavo soprattutto una prova medico-fisiologica personale), se non fosse accompagnato dai rituali come ricerca in gran segreto del luogo dove correre senza che lo sappiano gli altri, rilascio della certificazione “valida”, patteggiamento per il tempo massimo, sollecitazione alle giurie perche’ eliminino i ritardatari, numerino progressivo in velcro da applicare sulla canottiera, autobiografie spedite ai giornali, fax finale mandato a “Correre” con autocertificazione delle maratone ultimate (comprese quelle fuori tempo massimo, o ridotte a 38 km ecc.).

Mi viene in mente una frase di un podista austriaco, relativa alla maratona di Innsbruck (una tapasciata IVV senza cronometraggio e con partenza libera, ma piu’ volte “convalidata” da Govi, e compresa nel suo numero totale in velcro): “Noi qui ci divertivamo, finche’ non siete arrivati voi italiani con le vostre pretese di classifiche, diplomi, premiazioni ecc.”.

Ci credo che Govi ammetta di essere dietro a Togni; e’ come se io ammettessi di essere dietro a Calcaterra: dovevi pero’ vedere come schiumava il William a Davos 2000, quando arrivo’ molto dopo Togni. Chiedi a Fusari, Lambertucci e altri… Sportivissimo, poi, ammettere la superiorita’ di Togni dopo una maratona in cui questi (mi pare) si e’ ritirato: intanto da oggi ha un numerino meno di me! (Non so se la Dead Runners Society italiana adotti ancora come motto una frase di Govi che suggerii io: “sono ventesimo nella classifica mondiale, ma cinque sono gia’ morti e dunque arrivero’ davanti”).

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