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2^ Maratona di Verona: “Si scopron le tombe si levano i morti…”.

Sara’ per crisi d’astinenza, sara’ per dare l’ultima ripassata al motore prima del “Passatore”, sara’ perche’ avevamo pensato che peggio della Verona dell’anno scorso era difficile fare, ma insomma in questa mattinata (cielo semicoperto, temperatura in partenza 19 gradi, ventilazione inapprezzabile per dirla alla Ciotti, cioe’ afa) si rivedevano piu’ o meno le stesse facce del 2001, con qualcuno in piu’.

Ad esempio la stupenda Mara Dellavecchia da Oleggio, che prima della partenza piombava come un morbido falchetto su di me chiedendomi la vaselina: giuro che non le ho chiesto di spalmargliela personalmente. Mara ha corso, come usa nella calda stagione (vedere foto) in bikini: non aveva partecipato nel 2001, aveva tanto bisogno di chi le insegnasse la strada sul piede dei 4:10 a km. Il sottoscritto, con un ematocrito circa la meta’ di quelli che corrono il Giro d’Italia, ha potuto al massimo accompagnarla ai bagni, poi (constatata l’assenza delle due prime scelte di Mara, Rambo “Benazzi” e Mastrolia) si e’ messo a consultare tutti i piu’ avvenenti podisti sulla linea di partenza (spostata di 3-400 metri pochi giorni prima del via: brutto segno, chi garantisce della misurazione??): Cesconetto e Salardini hanno detto di no, Simone 71 esibiva un cartello che garantiva il pacemakeraggio in 3.29 (fino a casa sua, dicono i maligni) e poi ha giurato di non fornicare con nessun’altra fuori che Lei; Luca Zava era bloccato in autostrada e poi si e’ lanciato all’inseguimento, troncato pero’ dall’incontro con un’altra (che al km 41 gli ha vomitato in faccia… ecco perche’ al traguardo l’ha fatta volare… era rimasta leggera).

Insomma: siamo uomini o govi? La Mara se ne e’ andata via da sola, col suo passo altalenante e aggressivo. A me e’ rimasto un tubetto di vaselina un po’ piu’ spremuto (proverbio modenese: Dio at banadissa, con quel che segue), a Rambo e Mastrolia neanche quello.

Giro cambiato rispetto al 2001: piu’ scorrevole (ma non dite che era piatto!), meno panoramico, attraversamento di periferie industriali, di paesoni tutti uguali a San Giovanni Lupatoto, circumnavigazione dell’aeroporto, tifo numeroso come i miei globuli rossi; il posto piu’ bello promesso nel programma, Sommacampagna, l’abbiamo visto solo col cannocchiale verso il km 25. Ottimi e abbondanti (ai limiti dello spreco) i ristori fin dal km 5, in compenso al traguardo non c’era che un po’ di te’ e qualche spicchio di limone; quantita’ industriali di spugne, chiusura al traffico discreta (ma quei 5 km di SS 62 erano pesanti), bell’ultimo km in citta’, speakeraggio sontuoso di Marescalchi e Brighenti, docce confortevoli, rimborso della cauzione chip sollecito e senza fila. Quando arrivo, Attilio Monetti mi guarda un po’ sospettoso ma se ne va (“lei non sa chi sono io…” per fortuna).

Govi e’ gia’ arrivato da 6 minuti, raggiunto da papa’ Rossi (che ovviamente precedera’ per real time: William, da real-fureb, parte sempre davanti!). La Maria Antonia Busatta si lamenta che il William al Custoza l’ha frenata (ben ti sta: ma forse il suo partner gliel’ha scelto il marito, sicuro che non gli avrebbe insidiato la moglie); da parte sua, l’albinese e’ rabbuiato perche’ il clan degli “amici miei” (Ferri e C.) fa circolare un cartello che rifa’ il verso al dorsale govesco, titolo “Il circo Togni”, vignetta con Togni–domatore che fa roteare su di se’ la tigre ammaestrata-Govi, rimbeccandogli le tre maratone in piu’ corse nel 2001. Da parte sua Togni ha deciso di spendere la sua pensione di questo mese usando il telefonino a destra e manca, e distribuendo decine di riproduzioni delle foto che lo ritraggono a Tahiti-Morea o dove che sia (un album intero arriva anche a me, grazie, ma… as semm cape’).

Al passaggio del sottoscritto da Villafranca (giro di boa) la banda intona l’inno di Garibaldi “Si scopron le tombe si levano i morti…”, seguito da “Mi dispiace di morire ma son contento”, insomma, roba proprio in tono con la mia condizione fisica. Per fortuna, dopo il 25 due ragazze del Cus Parma, gia’ sfiorate all’arrivo di Milano 2001, mi raggiungono e mi aiuteranno a tenere un ritmo non troppo indecente: parliamo di dialetto e di corse, con l’appuntamento dato alla notturna del I giugno nel loro campus (“se sopravvivo a questa gara e quella della prossima settimana”, preciso). Mi prende e mi lascia indietro anche lo splendido Antonio Rossi, cui sarebbe ora che altri esponessero un cartello di elogio e tifo. Invece il vescovo Fusari arriva dietro, dopo aver lanciato un sibillino ammonimento: “Oggi e’ Pentecoste, dunque…?”. Dunque cosa? Provo a rispondere: “bisogna correre non 42, ma 50 km?”.

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