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Il Museo di William Govi

Alle ore 15:00, nel Centro Maratona, a Reggio Emilia, viene annunciata la partenza della visita guidata della città. Sebbene vi avessi partecipato in occasione di altre edizioni, non mi dispiaceva rivedere la Sala del Tricolore, il Teatro Valli, e il Duomo. Anche se si trattava di una ripetizione, era senz’altro preferibile ai soliti discorsi monotematici dei maratoneti e, soprattutto, potevo sottrarmi alla ricorrente domanda di quante maratone avessi fatto e ai relativi commenti equilibrati, discutibili o squilibrati. Nel salone riecheggiava per la seconda volta l’avviso, quando Paolo Gilardi mi comunicava di volersi recare ad Albinea, al museo di William Govi. Penso essere stata la prima volta in vita mia che, alla storia e all’arte, abbia preferito le frivolezze del più frivolo del “popolo delle lunghe”. Ho fatto bene ad andarci, perché Govi e il suo museo sono proprio l’esatto contrario, e il mio era un pregiudizio totalmente sbagliato!

Roberto Algeri, Renato Sergio Narcisi, Paolo Gilardi, Angela Gargano e il sottoscritto veniamo accolti da un Govi in splendida forma, soddisfatto che “l’evento” proceda a gonfie vele. A conferma dell’internazionalità della sua fama, è la presenza in casa di Tad Lancucki, l’organizzatore londinese della più pazzesca delle maratone, cui io abbia partecipato: “The Greenwich Foot Tunnel Centenary Marathon”.

Appena varcato l’uscio della villetta, sulla parete sinistra del corridoio, il visitatore viene colpito da una gigantografia che lo ritrae in piena azione alla Maratona di Roma: è un Govi giovanile, quand’era, dice con il suo caratteristico intercalare, il bello delle donne. Altri preziosi ricordi addobbano questa parte della casa che immette nel museo propriamente detto. Con voce flebile e commossa, ci indica l’entrata, che porta inciso il numero delle maratone disputate su piastrelle di ceramica. Il brusìo e i commenti cessano di colpo, e scende un religioso silenzio. Non mi faccio il segno della croce, ma, le scarpe, le pulisco, imitato dagli altri, ed entro nel “Sancta Sanctorum”.

Nella stanza, non molto grande, sono contenuti una infinita quantità di oggetti disposti in un ordine mirabile. Non c’è un millimetro quadrato libero, l’unico spazio residuo è la volta che, fra non molto, sarà invasa, visto che William non ha nessuna intenzione di perdere il vizio. La prima cosa che incuriosisce è l’impronta dei suoi prodigiosi piedi immortalati su un calco, più a buon diritto dei divi di Los Angeles, che non conoscono la fatica della corsa. Diplomi, pergamene, e riconoscimenti provenenti da tutto l’orbe terraqueo, protetti in adeguate cornici, fanno bella mostra di sé. Artistici poster conferiscono colore e grazia. Medaglie, ogni giorno pulite, contemplate e baciate, luccicano splendenti e pendono da ogni angolo. Cimeli ed oggetti caratteristici, conquistati con il sudore della fronte o pretesi o sottratti con le buone e le cattive, sono adagiati su personali creazioni in legno. Non c’è nessun maratoneta che si rispetti, a non aver donato la propria maglietta, debitamente autenticata, alla “Fondazione”, per poter essere tramandato ai posteri.

Le sorprese, però, non sono finite, cominciano adesso, perché finora ho descritto per sommi capi la parte più abbagliante. Poco appariscenti scaffali custodiscono preziose cartelle. Ne apre una a caso, e di ogni maratona è conservato il pettorale, il tempo impiegato, la classifica, il numero dei partecipanti, quante volte l’ha fatta, l’altimetria, notizie storico-geografiche, schizzi esplicativi. Ciascuna ha in coda schemi riassuntivi, in cui l’enorme mole di dati viene riportata in ascisse e ordinate per costruire interessanti diagrammi. Tutto è fatto, si badi bene, non al computer, ma con una vetusta Olivetti o a mano, e non trovi una sola correzione! Sottolineature e uso di colori diversi evidenziano i fatti più salienti e importanti, rivelando la pazienza, l’ordine, la meticolosità e la bravura di un certosino.

Dopo il “Sancta Sanctorum”, ci introduce, diciamo così, in sacrestia, dove ha depositato tutti i souvenir dei luoghi visitati. Trovi la serie completa delle bacchette cinesi, ventagli, animali imbalsamati, tappeti, tovaglie, statue, ecc.

L’ultima tappa è in cucina, dove mamma Govi ci offre del thè, giudicato ottimo dall’inglese Tad. In questa stanza c’è tutto il materiale che sarà dato ai fortunati partecipanti della sua “500esima”, che il Lider Maximo tratterà da principi. Mi dispiace non poter essere quel giorno ad Albinea, perché impegnato in una serie di maratone in Germania.

Qualcuno giudica, Govi, monocorde. Se lo è, è un monocorde geniale!

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