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Inviti a cena Govi, si presenta Ulisse!

Proveniente da Albinea, all’alba era giunto in treno a Bari; ne aveva preso un altro ed era andato a visitare le Grotte di Castellana e i Trulli di Alberobello. Solo in serata fu visto aggirarsi nel “fortino”, a presentazione dei top della maratona ormai conclusa. Il suo nome e le sue 500 e più avventure erano risuonate molte volte sotto la volta “a botte” della costruzione cinquecentesca; la qual cosa gli avrebbe procurato intenso piacere, ma quello che, nel frattempo, gli stavano offrendo il fantastico gioco di stalattiti-stalagmiti e il fiabesco paesaggio dei trulli era di gran lunga più appagante, e lo aveva preferito.

Il Govi che venne a salutarmi, soddisfatto e felice, con in testa un esotico cappello, al collo un originale cravattino e avvolto in un giaccone variopinto e trapunto di medaglie, era diverso da quello, risentito, che mi aveva atteso all’arrivo della Maratona di Calderara di Reno, e mi aveva quasi aggredito: “Bada! Sei su una brutta strada! La stessa di quel Direttore che, un giorno o l’altro, denuncerò!”. Quelle frasi immeritate mi fecero perdere il buon umore, che la maratona e la bella giornata mi avevano messo addosso. Con calma gli spiegai che quell’espressione, messa fra virgolette per giunta, non aveva un significato dispregiativo. Tutt’altro! Io stesso, con le mie 225 maratone, mi sentivo onorato di considerarmi un goviano. Quindi, un po’ per mantenere la promessa fattagli per le mie 100 maratone, un po’ per dimostrare che non ritenevo cattiva la sua compagnia, lo invitai a cenare in mia compagnia alla Maratona di Bari, naturalmente a mie spese.

Stuzzicato l’appetito con pezzi di polenta fritta a una bancarella di Bari vecchia, il Lider Maximo, Angela Gargano, Francesco Capecci e il sottoscritto varcarono la soglia del ristorante “ La creanza”. Francescanamente, ordinò acqua minerale, coca e cominciò a parlare delle tante cose belle viste nell’entroterra barese. L’eloquio era entusiastico e spedito e, vi giuro, non interrotto da nessun eh eh eh. Mi trovai di fronte a un William totalmente diverso da quello conosciuto nei precedenti, fugaci incontri. Gli antipasti scorrevano numerosi sulla tavola imbandita, così pure il racconto delle sue numerose maratone, dei mille personaggi conosciuti in centinaia di posti diversi. Si entusiasmò quando il ricordò volò sulla sperduta Isola di Pasqua con i suoi “moais”. Parlò della Siberia e delle decine di cartoline inviate agli amici sparsi in tutti i continenti, quasi a voler contestare chi gli rinfaccia una certa spilorceria. Si emozionò nel tessere le lodi delle genti del Sud America, dove si è felici con poco e della delusione provata, dopo tanta umanità, nello giungere a Milano, dove la freddezza dei rapporti umani è tanta, quanta è la sua opulenza: nessuno lo aiutò a fare una telefonata!

Era un fiume in piena. Angela, Francesco e io pendevamo dalle sue labbra, come Didone da quelle di Enea. E mi venne in mente Ulisse, l’avventuroso eroe omerico, cui mi sembrò rassomigliare. Ecco cos’è la maratona: uno strumento per viaggiare, cercare, conoscere, ammirare ed arricchirsi. Il contenente è la gara, il contenuto è la conoscenza: “…seguir virtude e canoscenza”. Come l’Odissea, il racconto delle sue maratone è un meraviglioso viaggio di avventure e scoperte che ci fa rivivere “minuto per minuto, metro dopo metro” nelle sue dettagliate cronache e nel Govi’s Museum.

Ma tutto quello che è eccitante, spesso, è costoso. No Problem! Il denaro lo sa racimolare in mille modi, leciti (pochi) e non leciti (molti). Con le piccole maratone, ottiene quello che vuole in maniera semplice: “Sono Govi, e non pago mai!”. Da professionista della maratona amatoriale, riesce a convincere gli organizzatori, che sperano in una maggior partecipazione con l’ingaggio del pesce pilota.

Gli faccio osservare essere biasimevole approfittare delle piccole manifestazioni, vasi di terracotta fra vasi di ferro, che sopravvivono con grandi sacrifici. Se vuole il mio rispetto, deve dimostrare di essere forte con le grandi. Il suo viso s’illumina, gli occhi brillano e si lancia in un lungo soliloquio: “Non ho mai pagato l’iscrizione a una maratona italiana ed estera. Tu dici d’essere io Ulisse dal multiforme ingegno, appunto sotterfugi, astuzie e fantasia non mi difettano, mi diverte fare il furbo. Nella maratona gira troppo denaro; è un commercio indegno di iscrizioni esose e cianfrusaglie costose. Io cerco di sottrarmi a questo sfruttamento”. La morale di Govi: il fine giustifica i mezzi!

Come Ulisse si sacrificava per i compagni, così l’Albinetano si offre a salvare i Supermaratoneti dalle acque perigliose dello sfruttamento. E il monologo continua: “Tutti mi criticano, fanno i moralisti, gridano allo scandalo, ma poi tutti mi cercano per usufruire dei miei servizi, che si avvalgono di amicizie in tutto il mondo e di tecniche collaudate da un mestiere ventennale”. Tace per un attimo, poi, irato, esce allo scoperto il suo caratterino: “Faccio risparmiare 50 Euro per un’iscrizione all’estero, ma nessuno mi è riconoscente e dà il dovuto. Chiedo solo tre birre, per i meno abbienti dilazionabili nell’arco di un anno, senza l’interesse di una quarta!”.

Gli ribatto che sarebbe più coerente iscriversi solo alle maratone economicamente sostenibili. Rifiuta il consiglio, deve avere sempre la valigia pronta, niente può trattenerlo dal ripartire. E poiché stiamo a Bari, mi viene in mente un adagio medievale: “Barensis nisi negoziat, moritur”, mentre un barese che non commercia è un uomo morto, William è un uomo morto se non va per maratone. Dicono che anche Ulisse, raggiunta l’agognata Itaca, ripartì per altre peripezie, l’amore della conoscenza prevalse su quello per Penelope, Telemaco e il suol natio.

Dopo tanti antipasti siamo sazi, non solo di cibo. Rinunciamo al primo e al secondo piatto, optando per la pizza. Inevitabilmente, il discorso cade sui commenti negativi che gli piovono da ogni parte, specie quando ridicolizza chi arriva F.T.M., che nel suo gergo sta a significare Fuori Tempo Massimo. Non accetta queste critiche e se ne esce con un troppo facile: “La verità è che molti parlano di me, ma pochi mi conoscono”.

Lo stuolo dei detrattori è numeroso. E’ il suo cruccio, la nota dolente della serata. E’ innegabile, però, che egli è stato il Supermaratoneta più imitato. I cosiddetti goviani si dividono i due categorie:

1) Quelli che ammettono di essere tali e, come i giapponesi, migliorano i pregi e d eliminano i difetti.

2) Quelli che più degli altri si sono clonati su Govi, ma non lo vogliono ammettere, lo rinnegano, ovvero gli apostati.

Questi ultimi rimproverano a Govi e, velatamente a tutti i Supermaratoneti, la smaniosa ricerca del record, la vanità della carta patinata, la bramosia dell’apparire e una infinità di fantasticherie. Li distendono sul personale lettino psichiatrico, li scompongono, li sezionano e li analizzano; poi li ricompongono, fanno diagnosi e prescrivono terapie. Queste consistono nella somministrazione di pillole della loro congenita saggezza, del loro innato buonsenso, della loro idiosincrasia per le cose volubili di questo mondo, mettendo in evidenza una virtù reperibile solo negli eremiti.

In realtà, questi stiliti moderni fanno confusione fra la giusta soddisfazione per un risultato raggiunto e il montarsi la testa, che è altra cosa. Né potrebbe essere diversamente, essendo la corsa un gesto marginale rispetto agli altri impegni della vita quotidiana. Per quanto riguarda la virtù, se uno non ce l’ha non se la può dare.

Trovo giusto che i Supermaratoneti vengano passati al setaccio, ma è auspicabile che sul lettino dello psicanalista stazionino per un po’ anche i loro critici, per vedere se tanta spiritualità sia genuina.

Ma torniamo ai piaceri leciti della tavola. Da buon maratoneta, William rifiuta il dolce e accetta il caffè. Mentre lo sorbisce, mi confida che ha stilato il programma delle maratone-viaggi dei prossimi 20 anni. Ecco uno che sa vivere! Sono i sogni e, soprattutto, le attese per realizzarli l’essenza della vita. Quelli che diventeranno realtà saranno una piccola parte, ma più si sogna, più intensamente la si vive questa nostra esistenza.

Poi passeggiamo fra la gente che affolla le strade del borgo antico, in questa piacevole serata autunnale mediterranea. Dalla “muraglia”, godiamo lo splendido lungomare illuminato e le barche mosse dalle onde nel porto vecchio, mentre una soave brezza marina investe i nostri volti. Percorriamo Piazza del Ferrarese, ci inoltriamo nello spazioso Corso Vitt. Emanuele e imbocchiamo l’elegante Via Sparano. Govi mi indica l’Hotel Plaza, dove alloggia, coerentemente, a scrocco.

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