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Ultramaratone

E’ di 562,330 km, il nuovo record femminile italiano della “6 Giorni”, stabilito da Angela Gargano ad Antibes dal 6 al 12 giugno.

La prima, ad armarsi di coraggio ed a cimentarsi in un tal tipo di gara, è stata Monica Moling, che, nel 2002, a New York, si fece una passeggiata di 484,413 km. Il ghiaccio era rotto. L’anno seguente, Maria Teresa Nardin, in Germania, se la fece più lunga, prolungandola fino a 505,248 km. Il superamento del muro dei 500 km mise un po’ di timore alle ragazze italiche, per cui ci vollero 5 anni per metabolizzare fisicamente e mentalmente una simile fatica. Il divertimento ricominciò nel 2008 con Carmen Fiano, che corse, in sei giorni e sei notti, per ben 522,835 km.

In piena notte, alle ore 01:30:00 di sabato 12 giugno, ad Antibes, Angela Gargano è andata oltre i 522,835 km del record italiano femminile della “6 giorni”. Sono bastate 129,30 ore per realizzarlo. Al momento del primato, era 5^ donna e 19^ nella combinata. Il testimone passa da un’amica all’altra, ed i complimenti di Carmen Fiano sono stati i primi a giungere.

La notte non ha portato via con sé il vento, che continua a sibilare furiosamente, complicando la vita ad atleti ed organizzatori. Vola la polvere, che schiaffeggia ed acceca. Tremano le strutture smontabili, che vengono inutilmente rinforzate. Quando diventa più rabbioso e comincia a sconquassarle, l’ordine è di anticipare il maestrale, autoscoperchiandole. Anche il tabellone elettronico, che segna tempi e passaggi, viene smontato. Il mare, tutt’intorno, urla e biancheggia.

Sono tutti podisti esperti, qui ad Antibes. Dopo 72 ore di corsa, il medico, l’infermiere ed il fisioterapista sono rimasti quasi con le mani in mano. Sanno nutrirsi, distribuire bene le forze, ed appaiono mentalmente robusti. Mi ha colpito la capacità di recupero di alcuni: sembrano morti, ed un attimo dopo li vedi volare. Ieri, lo svizzero Christian Fatton sembrava in grave difficoltà, oggi, aggredisce con rabbia la pista, ed, a metà gara, conduce con 437,710 km, seguito dai francesi Olivier Chaigne (432,530 km) e Christian Mauduit (424,760). Incerta la battaglia fra le donne. La spunterà la femminilità androgena della francese Ria Buiten (347,765 km) (pett. 100), la femminilità robotica della tedesca Martina Hausmann, o la femminilità muliebre della spagnola Cristina Gonzalez (327,440 km)? Angela Gargano continua la sua corsa regolare (300,440 km), è 5^ nella classifica femminile e 29^ nella combinata. Procede imperterrita la marcia valorosa di Aldo Maranzina (261,500 km).

Due giorni di gara se ne sono andati: il più facile, il primo; il più difficile, il secondo. Sono ovvi i motivi che rendono il primo giorno il meno difficoltoso. Il giorno più duro non è l’ultimo, come si è soliti ritenere. Quello in cui la sofferenza risulta più atroce è il secondo in una gara a tappe, come dimostra l’esperienza. Presi dall’entusiasmo, all’inizio si eccede. L’indomani ci si ritrova con le scorte energetiche in rosso e le strutture dell’apparato locomotore a pezzi. E’ necessario lottare contro il dolore e la fatica da soli, perché il nostro organismo, al momento, non ci aiuta. Ma non ozia, sta lavorando per noi. Pian piano prenderà le contromisure e creerà gli adattamenti fisici e mentali per fronteggiare la nuova situazionei. Le endorfine inonderanno il torrente circolatorio, e tutto sarà più sopportabile dal terzo giorno in poi.

E’ duro il percorso che Gérard Cain ha tracciato. Lo sterrato è irregolare per sporgenze sassose, e ciottoli dappertutto che, involontariamente, i corridori calciano. La tibio-tarsica, l’astragalo-calcaneare e la volta plantare sono chiamate ad un pesante lavoro di adattamento ed ammortizzazione. Il rivestimento cutaneo plantare, dopo 24 ore di corsa, tiene duro, e l’infermeria è deserta. L’unico sollievo per questi bipedi è rappresentato dai 150 m della bellissima pista di atletica che circonda il campo sportivo, attraversato per circa un terzo. Per il resto dei 1295 m, gli atleti ricorrono al mestiere e alla fantasia. Alcuni corrono sulla pista e camminano sullo sterrato; altri sfruttano la scarsa erba dei bordi; i più equilibristi salgono sul muretto che, in alcuni punti, delimita il tracciato, sfruttando la levigatezza del cemento. Quando questi ex quadrupedi si concedono il piacere di un pediluvio, si ripete il miracolo di Cana, con la sola differenza che l’acqua si trasforma in cioccolata, non in vino.

In francese Antibes, in italiano Antibo (sì, proprio come Salvatore Antibo, campione europeo sui 5.000 m a Spalato, nonostante la caduta), in greco e latino Antipolis, colei che sta di fronte alla città (cioè a Nizza). In questa ridente cittadina della Costa Azzurra, in Provenza (“di Provenza il mar, il suol chi dal cor ti cancellò?”, canta Germont nella Traviata), alle ore 16 di oggi, 6 giugno, s’è aperto il “French Ultra Festival”. I primi a partire sono stati coloro che correranno ininterrottamente per 144 ore – volgarmente, per 6 giorni -, sul finire si aggiungeranno quelli che, più modestamente, lo faranno per 48 ore e, buoni ultimi, quelli della 24 ore, i più sfigati.

Ancora un fiume sulla strada del popolo delle lunghe, in questo inizio 2010. Dopo il Brembo che lambisce Treviolo, ecco il Lamone che “bagna” Bagnacavallo. Diverso, però, è stato l’approccio con il corso d’acqua. Toccata e fuga per venti volte quello proposto dal trio bergamasco, un unico e prolungato abbraccio quello offerto dalla coppia abruzzese-romagnola.

rizzitelli corsa dei due mariPer un ultramaratoneta amatoriale come me, non c’è niente di più desiderabile della Corsa dei due Mari, di 57 km: è lunga, non lunghissima; è dura, non durissima; non è bella, è bellissima. Si corre tutta di un fiato, senza quelle pause che una 100 km impone alla maggior parte dei partecipanti. Diciamoci la verità, pur avendo un gran rispetto della fatica dei camminatori, una gara lascia pienamente soddisfatti se la si fa tutta di corsa. Quella calabrese è una di queste, e si può portare a termine senza problemi anche se, la settimana precedente, hai concluso onestamente (12.15.09) la Torino-Saint Vincent.

Leipzig, ovvero la nobilissima Lipsia, cioè la Fiera, le Case Editrici, e poi Bach, Lortzig, Gottsched, Lessing, Klopstock, Goethe, Leibniz, Wagner, tutti personaggi che hanno avuto a che fare con la città sassone, situata ai confini orientali della Germania, che vide la prima vera sconfitta di Napoleone Buonaparte.

baltic1baltic2Contrariamente a quanto canta Milva, non c’era la neve ad Alexanderplatz, né l’atmosfera frenetica descritta da Alfred Doblin. Alle otto di domenica, 2 agosto, c’era caldo, era deserta ed i netturbini la ripulivano dai rifiuti del sabato sera. Pochi notarono quella settantina di ultramaratoneti che si facevano riprendere con lo striscione della Baltic Run, e sullo sfondo il Fernsehturm (torre della televisione), dalla strana forma di stuzzicadenti. Qualche raccomandazione del sig. Jorg Stutzke (rispettare il codice della strada; fermarsi al passaggio a livello: squalifica per chi passa sotto le sbarre), ultime foto del sig. Lutz Raschke, e via verso le rive sabbiose del Mar Baltico con le sue dune sferzate dal vento. Li attendevano 325 km da coprire in 5 giorni. Quasi nessuno aveva chiuso occhio nella palestra Victor Gollancz Grundschule, nel quartiere residenziale di Frohnau. Dimenticato il mal di schiena e le ossa rotte, non vedevano l’ora di mettersi alle spalle la grande metropoli per andare a gustare il sapore salato del mare.

rizzitelli templari“Un minuto di silenzio per l’Abruzzo”. Così è cominciata la “1^ sei ore dei Templari”, e, con il ricordo della tragedia, anch’io do inizio a queste brevi note.

Grandi numeri a Banzi, paese di 1.200 anime della Basilicata, situato sul confine pugliese. I 154 partecipanti rappresentano il 12,83% degli abitanti, mentre i 40.000 di New York sono appena lo 0,36% dei suoi 11.000.000 di abitanti. Se, poi, si tiene conto che alla 1^ Edizione della Grande Mela i concorrenti furono circa 170, si può concludere che Banzi batte New York 2 a 0. C’è un altro piccolo particolare che consacra la superiorità del minuscolo paese della Lucania sulla metropoli americana: quegli individui che muovevano ripetitivamente gambe e braccia, ad essa, stupita, apparvero come degli extraterrestri; a Banzi, invece, sono stati accolti con canti, suoni ed applausi, protetti dai guerrieri templari, benedetti da Papa Urbano II, allietati da belle castellane in costume.

Si internazionalizza il “Memorial Nino Sagona 24 ore Termitana”, giunto alla 4^ Edizione. Hanno varcato lo Stretto, a dar man forte agli isolani, la tedesco-australiana Tammy Buchfink e l’olandese Patrik Coumans. Completavano il gruppo dei continentali il Presidente delle “Piume Nere”, Giovanni Interbartolo, il bersagliere, Pellegrino Sgambati, Angela Gargano e Michele Rizzitelli. La manifestazione siciliana colpisce per l’originalità della sua formula. Non solo i valori dello sport, con il suo carico pedagogico di sacrificio, sudore e raggiungimento del traguardo, vengono onorati. Contemporaneamente viene sensibilizzata la donazione del sangue, propagandato il volontariato, stimolata la creatività artistica dei bambini, favorita l’integrazione del diverso e la valorizzazione della terza età. Sentimenti pregnanti resi accessibili dall’atmosfera amichevole, ospitale, gioviale e, non ultima, dalla buona cucina. Il tutto, per preparare l’animo ai buoni sentimenti, inserito nella cornice della meravigliosa natura del giardino comunale, affacciato sul mare.

Non è la lingua ufficiale (portoghese), ma a Capo Verde l’italiano è di casa. Prese piede nel 1939, quando il Fascismo costruì a Sal - una delle 10 isole che formano l’arcipelago – una pista per lo scalo degli aerei fra Italia ed Argentina. Poi, per le note vicende, nei cieli cominciarono a vedersi sempre meno aerei italiani, fino a scomparire del tutto ai giorni nostri. In compenso, nel Belpaese andavano proliferando i costruttori di seconde case: costoro sono giunti in queste isole battute dal vento e galleggianti a 450 Km. dalle coste senegalesi. Palazzinari non ne ho visti, anzi, a giudicare dall’aeroporto di Boavista, ben inserito nel contesto ambientale, “costruttori d’arte”, come proclama un cartello pubblicitario di un’impresa italiana. In tempi recenti, gli italici si son dati alla corsa, e l’hanno esportata nell’isola di Boavista.

Con in testa il Presidente, lo squadrone romano di Villa De Sanctis ha invaso Curinga, garantendo lustro, spessore tecnico e quantità. Trovatasi lanciata in orbita, la 6 Ore Calabrese (con maratona) non ha descritto le sue traiettorie procedendo con la sola forza d’inerzia, ma molta energia cinetica vi ha aggiunto l’instancabile G. B. Malacari, e soprattutto la gente di questo piccolo paese che guarda dall’alto la piana di S. Eufemia, e “da lontano conosce il tremolar de la marina” dell’omonimo golfo.

Acquisizioni scientifiche, usi e costumi hanno bisogno di un continuo aggiornamento, cui neppure il mondo delle corse può sottrarsi. E’ giunto il tempo di rottamare quella presuntuosa considerazione che i maratoneti hanno di sé. Essi dividono il genere umano in due distinte categorie:

A)Quelli che hanno corso una maratona.

B)Quelli che non l’hanno corsa.

Affermano che solo gli appartenenti al primo gruppo sono duri e forti, in grado di affrontare le difficoltà dell’umana esistenza.

Consapevole di correre il rischio di farmi molti nemici e pochi amici, propongo un criterio più adeguato di separazione:

A)Quelli che hanno corso la Nove Colli.

B)Quelli che non hanno corso la Nove Colli.

Con il suo mix di fatica fisica, solidarietà, allegria, socialità e cultura, la 24 ore di Termini Imerese si conferma essere una delle più interessanti d’Italia. Contenitore della manifestazione è stata la Villa Comunale, a strapiombo sul mare, nella quale è stato tracciato un percorso di 900m, spigoloso, con lieve dislivello, dove lo sterrato si alternava all’asfalto e ad una scorrevole pavimentazione in pietra.

Quella parte stretta della Calabria, compresa fra il Golfo di S. Eufemia da un versante ed il Golfo di Squillace dall’altro, è stata il teatro di una singolare tenzone podistica italo-francese. La sfida, Corsa dei due Mari, non poteva che aver luogo in questa Regione, privilegiata dall’essere bagnata dal Tirreno e dallo Ionio, che non sono due mari qualsiasi: buttandovi le reti, oltre i pesci come in tutti gli altri, si possono pescare Bronzi di Riace et similia! Il guanto è stato lanciato dai transalpini, che magnanimamente hanno concesso ai cisalpini di giuocare in casa. Salvatore Perri, Tore per gli amici, nato da queste parti e trasferitosi da piccolo in Francia, ne è stato l’ideatore. Ormai completamente francese, ritorna frequentemente nei luoghi delle sue radici, cui è tenacemente ancorato. Quei due mari, splendidi anche d’inverno, separati da una striscia di terra in cui agli aranceti, geometricamente allineati, seguivano, man mano che ci si allontanava dalla costa e si saliva nell’entroterra, secolari uliveti, sostituiti poi da querceti e castagneti   alle quote più alte, meritavano d’essere valorizzati. A parte la bellezza del territorio, non era meraviglioso bagnare la suola delle scarpe sulla battigia del Tirreno, correre sulle dolci colline che a stento superavano i 500 m.s.l.m., lanciarsi a capofitto nella lunga discesa, raggiungere le rive dello Ionio, tuffarvisi per lavare il sudore, e riemergere rigenerati? L’idea fu trovata entusiasmante dalla Spiridion Dauphine Voiron – Chartreuse, di cui Tore è dirigente: gente di montagna, li eccitava l’idea del mare, e la curiosità di visitare una regione sconosciuta.

L’Alto Lazio, quella plaga che dalla riva destra del biondo Tevere degrada dolcemente verso i lidi tirrenici, laddove ebbe fioritura la prima grande civiltà italiana, è stato lo scenario dell’Ultramaratona degli Etruschi: cento chilometri corsi nella campagna romana, dominata dai profili emozionanti di Tuscania, città dei sette colli, e della turrita Tarquinia.