nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo nivo

Ultramaratone

Quella parte stretta della Calabria, compresa fra il Golfo di S. Eufemia da un versante ed il Golfo di Squillace dall’altro, è stata il teatro di una singolare tenzone podistica italo-francese. La sfida, Corsa dei due Mari, non poteva che aver luogo in questa Regione, privilegiata dall’essere bagnata dal Tirreno e dallo Ionio, che non sono due mari qualsiasi: buttandovi le reti, oltre i pesci come in tutti gli altri, si possono pescare Bronzi di Riace et similia! Il guanto è stato lanciato dai transalpini, che magnanimamente hanno concesso ai cisalpini di giuocare in casa. Salvatore Perri, Tore per gli amici, nato da queste parti e trasferitosi da piccolo in Francia, ne è stato l’ideatore. Ormai completamente francese, ritorna frequentemente nei luoghi delle sue radici, cui è tenacemente ancorato. Quei due mari, splendidi anche d’inverno, separati da una striscia di terra in cui agli aranceti, geometricamente allineati, seguivano, man mano che ci si allontanava dalla costa e si saliva nell’entroterra, secolari uliveti, sostituiti poi da querceti e castagneti   alle quote più alte, meritavano d’essere valorizzati. A parte la bellezza del territorio, non era meraviglioso bagnare la suola delle scarpe sulla battigia del Tirreno, correre sulle dolci colline che a stento superavano i 500 m.s.l.m., lanciarsi a capofitto nella lunga discesa, raggiungere le rive dello Ionio, tuffarvisi per lavare il sudore, e riemergere rigenerati? L’idea fu trovata entusiasmante dalla Spiridion Dauphine Voiron – Chartreuse, di cui Tore è dirigente: gente di montagna, li eccitava l’idea del mare, e la curiosità di visitare una regione sconosciuta.

L’Alto Lazio, quella plaga che dalla riva destra del biondo Tevere degrada dolcemente verso i lidi tirrenici, laddove ebbe fioritura la prima grande civiltà italiana, è stato lo scenario dell’Ultramaratona degli Etruschi: cento chilometri corsi nella campagna romana, dominata dai profili emozionanti di Tuscania, città dei sette colli, e della turrita Tarquinia.

Credevo che di me si potesse dire tutto, ma non di non essere di parola. Mi ero illuso! Era fin troppo facile rinfacciarmi, per omnia saecula saeculorum, d’andarmene all’affannosa ricerca di punti-maratona (esecrabile delitto!). C’era una qualche verità nel rimproverarmi d’imbottigliarmi in inutili polemiche (bastonabile, bastonabilissimo!). La Nove Colli mi ha crudelmente dimostrato anche di non sapere mantenere le promesse! Nella discesa verso Mercato Saraceno e nella successiva salita del 4° colle che portava al ventoso Barbotto, s’è infranto il mio sogno di portarla a termine. Avevo percorso soltanto 84,400 Km.

Sergio Tampieri, ovvero mamma chiocciola, non c’era, i suoi pulcini più vivaci c’erano quasi tutti a San Giovanni Lupatoto ad iniziarsi alla 24 ore. Sotto sotto questo era lo scopo della 100 Km. disputatasi nel tempio della 24 ore italiana, che ha visto passare i più forti cultori del mondo della specialità, guidati da organizzatori che per primi l’hanno introdotta nel nostro paese: portava scritto 100 Km., ma perfino i miopi leggevano 24 ore, ed i lungimiranti presbiti intravedevano la 48 ore. S’è investito per guadagnare proseliti a queste gare monotone, antifisiologiche e sicura anticamera del manicomio, somministrando il veleno a piccole dosi progressive, mitridaticamente. Si pensava che di questi poco sani di mente, messi in circolazione dalla chisura degli ospedali psichiatrici, ce ne fosse un gran numero in giro, tanto che s’era programmato d’imbracarli in due distinte camicie di forza a seconda della gravità della forma clinica; la realtà ha dimostrato che le persone sono migliori di quanto non si pensi, e solo in 34 hanno risposto all’appello.

Statte, adagiata sull’estremo lembo della Murgia meridionale, dall’alto dei suoi 150 m.l.m. dovrebbe dominare tutto il Golfo di Taranto. Ma dal breve tratto di pianura che la separa dal mare, puntano verso il cielo gli altiforni dell’ILVA (ex Italsider) che con il loro fumo, oltre ad ammorbare l’aria, le negano tale privilegio.

La 100 Km. di Sicilia meritava più dei 57 concorrenti schieratisi in Piazza Vittorio Veneto a Trapani, e che dovevano raggiungere Palermo. La “nuova entrata” rappresenta l’encomiabile tentativo di dare ossigeno all’asfittico panorama delle corse su tale distanza, praticamente ridotto al solito, storico, eccitante Passatore. La gara isolana ha fatto la sua parte, presentando un percorso vario, interessante e sostenuto da un’organizzazione dignitosa; chi non l’ha fatta è stata la molliccia stirpe degli ultramaratoneti nostrani, ai quali è mancato lo spirito d’avventura, la spugna d’acqua calda (caldina, usa dire patron Gozzi) e, forse, un po’ di fiducia (preconcetta) nelle capacità organizzative. A qualunque latitudine la si disputi, una gara così lunga può presentare incognite che l’atleta deve superare con la sua abilità, non rifugiandosi nelle lamentazioni di Geremia.

Ho preferito Palermo, per strappare all’estate il suo ultimo scampolo. Me lo sono interamente goduto sulla veranda dell’antico stabilimento balneare-ristorante Charleston, immerso nella stupendo golfo di Mondello. Circondato da un mare turchese che diventava indaco al largo, ho voltato le spalle alla collina spelacchiata di Pizzo Sella, animata da scheletri di cemento, ed ho ordinato un menù tipicamente siciliano: antipasto d’insalata di mare, pasta alle sarde, calamari ripieni, frittura mista, cassata siciliana ed il frizzantino bianco di Nera. L’alimentazione più adeguata per affrontare l’indomani i 50 Km.! Leonardo Manfrini, ritornato fortissimo dopo gli esercizi spirituali presso i monaci tibetani, è stato più bravo di me: arrivato un giorno prima e partito un giorno dopo, si è rotolato nella sabbia bianchissima in dolce compagnia.